Il sistema di Charles Loyseau
La
società pensata e vissuta dall'uomo del Seicento è una società di «corpi»
e di «ordini»; Loyseau, e con lui la scienza del diritto pubblico
francese, lavora alla ricerca delle leggi e della natura della società e
si impegna a tracciare una complicata mappa delle condizioni sociali in
base a una gerarchia, più o meno rigida, più o meno precisa.
«È
necessario che vi sia un ordine in tutte le cose. Il mondo stesso è così
chiamato in latino perché le creature inanimate sono tutte poste secondo
un loro alto e un loro basso grado di perfezione. I tempi loro, le loro
stagioni sono certe. Le loro proprietà definite. I loro effetti sicuri.
Quanto alle creature animate, le intelligenze celesti hanno i loro ordini
gerarchici che sono immutabili e per quanto riguarda gli uomini, che sono
intimati da Dio a comandare le altre creature animate di questo basso
mondo, per quanto il loro ordine sia mutevole e soggetto a vicissitudini,
in virtù delle franchigie e delle libertà che Dio ha loro accordato nel
bene e nel male, essi non possono sussistere senza ordine perché noi non
potremmo vivere in eguaglianza di condizione, ma occorre per necessità che
gli uni comandino e gli altri obbediscano. Quelli che comandano hanno
numerosi ordini, ranghi, livelli; e il popolo che obbedisce a costoro è
anch'esso separato in più ordini e ranghi. Così in virtù di queste
divisioni e suddivisioni molteplici si fa di più ordini un ordine generale
così che infine, in virtù dell'ordine, una quantità innumerevole consegue
l'unità».
Il debito di Charles Loyseau verso la cultura giuridica
francese è scontato ed è ovvio che i Sei libri della repubblica
guidano la sue riflessione. Assai più problematico risulta invece
ricercare parentele tra la teorizzazione della società di Ordini compiuta
nel Traité des ordres et simples dignitées e il pensiero
scientifico secentesco. Il pignolo grigiore della prosa di Loyseau cela
allusioni («proprietà», «effetti», «vicissitudini», «necessità»), ma non
lancia ponti oltre i confini della dottrina giuridica. Però il suo
tentativo di fare scienza e di costruire un «sistema» a partire
dall'osservazione minuziosa del sociale e dalla vivisezione delle leggi
che lo governano, appartiene per intero all'avventura spirituale del
Seicento e risponde all'esigenza di offrire alla politica una nuova
centralità; di spiegarne insomma il moto dall'interno (in ragione dunque
della sua «natura» o struttura) con un insieme di regole fisse che fanno
sistema. Cielo, terra e società occupano per Loyseau luoghi e tempi ben
definiti, tra loro diversi se non del tutto alternativi e la società fa
centro su di sé con il suo proprio ordine, le sue leggi, il suo moto.
Insomma, vive di una vita autonoma a tal punto che la metafora della nave
nella tempesta di Bodin ora si trasforma in una raffigurazione corporea e
tutta umana del sociale e del potere. Scomparso il geocentrismo, la
società si configura come il nuovo cerchio magico del potere divino
perdutosi nella deriva dell'universo. La vita di quaggiù con le sue
pulsioni e i suoi ritmi biologici, si insedia definitivamente sul suo
dominio terreno e assume un volto nuovo e una autentica dimensione
corporea.
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Una testa e un corpo
La
testa di questo corpo, secondo Loyseau, è il potere sovrano dei re, sotto
di lui le complicate membra di qualcosa che, a dire il vero, assomiglia
più a una piovra che a un primate: prima il Clero con i suoi vari ordini,
poi la Nobiltà in molteplici rissose tribù, poi il Terzo stato in una
meticolosa teoria di «stati», «collegi», «compagnie», «ordini». Ci sono
tutti: cardinali e parroci, tonsurati e non, magistrati e cortigiani,
avvocati e notai, farmacisti e medici, professori d'università e studenti,
commercianti e artigiani, lavoratori salariati e contadini, persino gli
assisiti dalla pubblica beneficenza, persino i mendicanti senza fissa
dimora. Ciascuno al suo posto e un posto per ciascuno; dignità per tutti e
a ognuno il suo grado di dignità; a ciascuno il suo privilegio (fosse
anche quello di mendicare in esclusiva) e a ognuno un privilegio diverso
da quello degli altri, un compito diverso, una funzione specifica da
svolgere nel suo corpo e nell'ordine-corpo generale dello Stato, che
preferibilmente si chiama «regno». Il gusto barocco per la discontinuità e
per le simmetrie del disordine, esalta e colora le mutevoli immagini di un
«insieme» che si vuole sistema corporeo e ordine definito della società.
Da dove giunga questa immaginazione del sociale, generalmente condivisa
nella Francia di Antico regime e diffusa in tutta Europa fino al 1789, e
quale relazione sussista tra essa e le zone più profonde e silenziose del
sentire politico della modernità è già stato detto. Sul piano dei
precedenti culturali e dei fili sottili che legano le isole più disperse
della cultura politica europea, questa visione della società, e del potere
che la organizza, viene da molto lontano: dalle teorie organicistiche e
funzionaliste del tutto sociale, secondo taluni di matrice indoeuropea,
già presenti e circolanti nel pensiero classico. Su queste antiche
fondazioni si può leggere, nella cultura di autori come Loyseau, tutto il
peso delle dottrine cristiane e delle dottrine sociali della chiesa; i
concetti di alto e di basso e di unità raccolti in un disegno,
provvidenziale e naturale al tempo stesso, che fa dell'uomo cristiano il
garante dell'ordine con delega di governare sulle cose del mondo. Sono
tutti mattoni già cotti al sole dalla cultura politica medievale. Le idee
di patto, di ordine, di gerarchia, pervadono e sostengono il pensiero
seicentesco. Però si può fare anche un passo più in là. La svolta del 1789
coincide con l'abbandono (forse solo apparente) della società di Ordini a
favore di un nuovo modello di organizzazione sociale: la società di classi
fondata in modo trasparente sul moto e dotata di un alta velocità di
movimento. Con gli occhi della Grande rivoluzione e soprattutto con quelli
di Barnave-Jaures, noi abbiamo imparato a leggere e a percepire la società
di Antico regime, quella di Ordini appunto, come un trascinamento, una
persistenza del passato sul presente e un freno all'invasione del futuro.
Insomma, come un legato della «tradizione». Il «tempo dei signori», il
regime «antico», come appunto i rivoluzionari designarono quello
precedente alla Rivoluzione, ha proposto una visione della società
seicentesca degli Ordini del tutto svalutata e, nella sua decrepitezza,
connessa al complesso feudale delle età più remote. Ma la ricerca storica
ha mostrato che non è così. La teorizzazione della società di Ordini e la
pratica sociale e politica che ne consegue, come la pensa Loyseau e come
la vive il sentire politico del XVII secolo, è in realtà un definitivo
processo di modernizzazione. Quel che infatti ci offre l'Autore del
Traité è una verità tutta nuova: l'autonomia del sociale nelle sue
leggi e nel suo movimento rispetto al potere sovrastante del tempo sacro e
rispetto anche all'infinita pluralità dei tempi dell'universo. La scienza
sociale trova così il suo terreno di indagine.
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La novità del XVII secolo
È l'idea di un ordine politico, autogenerato da un moto
incessante, razionale e decisamente complesso, fondato sulla centralità
del sociale e su quel sistema di relazioni che esso intrattiene col
potere. La novità è la consapevole gestione delle antiche mitologie
politiche e del dispositivo ideologico della cultura occidentale (patto,
ordine e gerarchia) in un programma che ne risolva tutte le
contraddizioni. Posto di fronte a un ordine del tempo di tipo nuovo, che
scandisce il moto e lo misura matematicamente moltiplicando i livelli
della cronosofia, il Seicento politico stipula un nuovo patto tra tempo e
potere. La sovranità non solo occupa il tempo umano, ma lo divora e lo
misura, crea il ritmo del suo movimento e fissa il programma della
mobilità sociale. Nulla vi è più di casuale, abbandonato alla deriva del
tempo sacro o ai capricci del fato. Finalmente codificata dalla «scienza»
del potere, la stratificazione sociale consente di definire e calcolare,
in modo rigoroso e in virtù di un programma politico preciso, le modalità
di ascesa (e discesa) nella gerarchia delle condizioni. Il potere
assoluto, padrone del tempo sociale e arbitro della sua misurazione,
realizza insomma, proprio nella sua unicità e perpetuità terrena, una
pluralità di condizioni e le colloca nel tempo politico, le governa nel
loro moto incessante e diviene un magnete della unificazione e
standardizzazione del tempo moderno. Ordre per Loyseau è luogo e
tempo insieme e sta a significare una particolare qualità del movimento,
specifica del sociale. L'Ordine (e cioè una condizione sociale
giuridicamente definita dalle leggi e dalle pratiche consuetudinarie) è
una «attitudine al potere», una tensione e un potenziale morale e dunque
una particolare qualità interiore del suddito che al pari dei «princìpi»
di Montesquieu, mette in moto e fa agire l'intero sistema, ne fissa il
ritmo e la temporalità. L'Ordine in realtà è movimento. Il potere sovrano,
proprio perché assoluto concilia le opposte tensioni e, come un orologio,
organizza le pulsioni del corpo sociale. Si tratta di un disporsi del
sociale, in tutte le sue parti visibili, nel mito della sovranità che
pervade tutto. E quel che Bodin aveva lasciato di incompiuto e cioè
l'indicibile ragione del potere ora finalmente si spiega: la sovranità è
la forza che governa il moto del sociale e ne fissa il ritmo temporale. Al
pari del potere assoluto che la governa, la società di Ordini infatti si
vuole immobile solo per dissimulare quel che davvero è, e cioè un
intelligente meccanismo di mobilità sociale che consente il cammino,
individuale e dei gruppi, da un luogo all'altro della gerarchia, assicura
la conseguente formulazione di una infinita pluralità di patti, garantisce
infine l'inavvertibile mutamento dell'ordine, e cioè la crescita del corpo
sociale nella sua inalterabile identità. Il potere si smaschera, ma questa
dissimulazione e questo inganno sono il prezzo necessario per fondare una
nuova cosmografia tutta terrena dai confini aperti, eccentrica rispetto al
tempo delle origini e costretta al confronto con la temporalità
quantitativa di un universo fisico in costante movimento. Posto quasi a
metà strada tra l'epilogo del presente umanistico (la terza e definitiva
edizione degli Essais viene offerta da Montaigne nel 1588) e le
anticipazioni di una imminente invasione del futuro riconoscibile nella
Nuova Atlantide (l'opera di Bacone è del 1626), il Traité des
ordres et simples dignitées (1610) è l'indicatore di un profondo
mutamento nel sentire politico della modernità. Al pari dello spazio e
dalla temporalità dei corpi celesti, anche quella della società si
frantuma e la simultaneità dei riflessi tra il presente e il passato si
corrompe. Il percorso individuale del principe e il suo solitario quanto
ostinato confronto con la fortuna si deforma in un territorio del potere
che intrattiene rapporti con il passato e con il futuro. Lo spazio chiuso
del cortigiano si apre a una professionalità della politica che va ben
oltre i riti quotidiani delle buone maniere e del canone estetico del
vir virtutis. Le leggi perfette dell'isola di Utopia non si
scrivono per un gioco dell'intelletto, ma sono il frutto di una faticosa
investigazione, del calcolo di tempi sociali e storici da misurare in modo
esatto. Anche nel pensiero e nel sentire politico vi è un balzo «dal mondo
chiuso all'universo infinito». È possibile leggere, nell'invenzione della
società di Ordini, un primo affacciarsi del tempo quantitativo nella
superficie immobile del presente umanistico, un confronto e un conflitto
tra il «nostro» tempo interiore tutto qualitativo, eternamente presente e
quello esterno a noi e creato dalla cultura per unificare e globalizzare
tutti i tempi individuali? Non conosco nessuna ricerca di insieme che
offra una interpretazione dell'assolutismo seicentesco in relazione
all'emergere del tempo quantitativo o, più in generale, dei rapporti che
si istituiscono tra l'ideologia politica del Grand siècle e le
opportunità offerte dal pensiero scientifico di conoscere e governare il
sapere mediante la disciplina del calcolo, della ricerca di una esatta
misura delle cose del mondo. Probabilmente questo libro deve ancora essere
scritto. È ragionevole ritenere, tuttavia, che qualche relazione sussista
tra la frantumazione dello spazio e del tempo che consegue alle
rivoluzioni scientifiche del Seicento e l'ossessione
gerarchico-cerimoniale dell'assolutismo e dell'età barocca. La società di
Ordini è la presa d'atto di una frantumazione degli spazi sociali,
l'accettazione della complessità delle condizioni e della necessità di
ricercare un'organizzazione sofisticata del moto proprio dei corpi
terrestri. Ed è anche l'accettazione di una frantumazione del tempo, di
velocità diverse del movimento sociale, di un potere che lo governi e ne
detti le leggi.
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