parte istituzionale

Corso 2000-2001

approfondimento


Roberto Moro
Le scoperte di Charles Loyseau

 


1. Il sistema di Charles Loyseau 2. Una testa e un corpo
3. La novità del XVII secolo  

 

Il sistema di Charles Loyseau
La società pensata e vissuta dall'uomo del Seicento è una società di «corpi» e di «ordini»; Loyseau, e con lui la scienza del diritto pubblico francese, lavora alla ricerca delle leggi e della natura della società e si impegna a tracciare una complicata mappa delle condizioni sociali in base a una gerarchia, più o meno rigida, più o meno precisa.
«È necessario che vi sia un ordine in tutte le cose. Il mondo stesso è così chiamato in latino perché le creature inanimate sono tutte poste secondo un loro alto e un loro basso grado di perfezione. I tempi loro, le loro stagioni sono certe. Le loro proprietà definite. I loro effetti sicuri. Quanto alle creature animate, le intelligenze celesti hanno i loro ordini gerarchici che sono immutabili e per quanto riguarda gli uomini, che sono intimati da Dio a comandare le altre creature animate di questo basso mondo, per quanto il loro ordine sia mutevole e soggetto a vicissitudini, in virtù delle franchigie e delle libertà che Dio ha loro accordato nel bene e nel male, essi non possono sussistere senza ordine perché noi non potremmo vivere in eguaglianza di condizione, ma occorre per necessità che gli uni comandino e gli altri obbediscano. Quelli che comandano hanno numerosi ordini, ranghi, livelli; e il popolo che obbedisce a costoro è anch'esso separato in più ordini e ranghi. Così in virtù di queste divisioni e suddivisioni molteplici si fa di più ordini un ordine generale così che infine, in virtù dell'ordine, una quantità innumerevole consegue l'unità».
Il debito di Charles Loyseau verso la cultura giuridica francese è scontato ed è ovvio che i Sei libri della repubblica guidano la sue riflessione. Assai più problematico risulta invece ricercare parentele tra la teorizzazione della società di Ordini compiuta nel Traité des ordres et simples dignitées e il pensiero scientifico secentesco. Il pignolo grigiore della prosa di Loyseau cela allusioni («proprietà», «effetti», «vicissitudini», «necessità»), ma non lancia ponti oltre i confini della dottrina giuridica. Però il suo tentativo di fare scienza e di costruire un «sistema» a partire dall'osservazione minuziosa del sociale e dalla vivisezione delle leggi che lo governano, appartiene per intero all'avventura spirituale del Seicento e risponde all'esigenza di offrire alla politica una nuova centralità; di spiegarne insomma il moto dall'interno (in ragione dunque della sua «natura» o struttura) con un insieme di regole fisse che fanno sistema. Cielo, terra e società occupano per Loyseau luoghi e tempi ben definiti, tra loro diversi se non del tutto alternativi e la società fa centro su di sé con il suo proprio ordine, le sue leggi, il suo moto. Insomma, vive di una vita autonoma a tal punto che la metafora della nave nella tempesta di Bodin ora si trasforma in una raffigurazione corporea e tutta umana del sociale e del potere. Scomparso il geocentrismo, la società si configura come il nuovo cerchio magico del potere divino perdutosi nella deriva dell'universo. La vita di quaggiù con le sue pulsioni e i suoi ritmi biologici, si insedia definitivamente sul suo dominio terreno e assume un volto nuovo e una autentica dimensione corporea.

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Una testa e un corpo
La testa di questo corpo, secondo Loyseau, è il potere sovrano dei re, sotto di lui le complicate membra di qualcosa che, a dire il vero, assomiglia più a una piovra che a un primate: prima il Clero con i suoi vari ordini, poi la Nobiltà in molteplici rissose tribù, poi il Terzo stato in una meticolosa teoria di «stati», «collegi», «compagnie», «ordini». Ci sono tutti: cardinali e parroci, tonsurati e non, magistrati e cortigiani, avvocati e notai, farmacisti e medici, professori d'università e studenti, commercianti e artigiani, lavoratori salariati e contadini, persino gli assisiti dalla pubblica beneficenza, persino i mendicanti senza fissa dimora. Ciascuno al suo posto e un posto per ciascuno; dignità per tutti e a ognuno il suo grado di dignità; a ciascuno il suo privilegio (fosse anche quello di mendicare in esclusiva) e a ognuno un privilegio diverso da quello degli altri, un compito diverso, una funzione specifica da svolgere nel suo corpo e nell'ordine-corpo generale dello Stato, che preferibilmente si chiama «regno». Il gusto barocco per la discontinuità e per le simmetrie del disordine, esalta e colora le mutevoli immagini di un «insieme» che si vuole sistema corporeo e ordine definito della società. Da dove giunga questa immaginazione del sociale, generalmente condivisa nella Francia di Antico regime e diffusa in tutta Europa fino al 1789, e quale relazione sussista tra essa e le zone più profonde e silenziose del sentire politico della modernità è già stato detto. Sul piano dei precedenti culturali e dei fili sottili che legano le isole più disperse della cultura politica europea, questa visione della società, e del potere che la organizza, viene da molto lontano: dalle teorie organicistiche e funzionaliste del tutto sociale, secondo taluni di matrice indoeuropea, già presenti e circolanti nel pensiero classico. Su queste antiche fondazioni si può leggere, nella cultura di autori come Loyseau, tutto il peso delle dottrine cristiane e delle dottrine sociali della chiesa; i concetti di alto e di basso e di unità raccolti in un disegno, provvidenziale e naturale al tempo stesso, che fa dell'uomo cristiano il garante dell'ordine con delega di governare sulle cose del mondo. Sono tutti mattoni già cotti al sole dalla cultura politica medievale. Le idee di patto, di ordine, di gerarchia, pervadono e sostengono il pensiero seicentesco. Però si può fare anche un passo più in là. La svolta del 1789 coincide con l'abbandono (forse solo apparente) della società di Ordini a favore di un nuovo modello di organizzazione sociale: la società di classi fondata in modo trasparente sul moto e dotata di un alta velocità di movimento. Con gli occhi della Grande rivoluzione e soprattutto con quelli di Barnave-Jaures, noi abbiamo imparato a leggere e a percepire la società di Antico regime, quella di Ordini appunto, come un trascinamento, una persistenza del passato sul presente e un freno all'invasione del futuro. Insomma, come un legato della «tradizione». Il «tempo dei signori», il regime «antico», come appunto i rivoluzionari designarono quello precedente alla Rivoluzione, ha proposto una visione della società seicentesca degli Ordini del tutto svalutata e, nella sua decrepitezza, connessa al complesso feudale delle età più remote. Ma la ricerca storica ha mostrato che non è così. La teorizzazione della società di Ordini e la pratica sociale e politica che ne consegue, come la pensa Loyseau e come la vive il sentire politico del XVII secolo, è in realtà un definitivo processo di modernizzazione. Quel che infatti ci offre l'Autore del Traité è una verità tutta nuova: l'autonomia del sociale nelle sue leggi e nel suo movimento rispetto al potere sovrastante del tempo sacro e rispetto anche all'infinita pluralità dei tempi dell'universo. La scienza sociale trova così il suo terreno di indagine.

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La novità del XVII secolo
È l'idea di un ordine politico, autogenerato da un moto incessante, razionale e decisamente complesso, fondato sulla centralità del sociale e su quel sistema di relazioni che esso intrattiene col potere. La novità è la consapevole gestione delle antiche mitologie politiche e del dispositivo ideologico della cultura occidentale (patto, ordine e gerarchia) in un programma che ne risolva tutte le contraddizioni. Posto di fronte a un ordine del tempo di tipo nuovo, che scandisce il moto e lo misura matematicamente moltiplicando i livelli della cronosofia, il Seicento politico stipula un nuovo patto tra tempo e potere. La sovranità non solo occupa il tempo umano, ma lo divora e lo misura, crea il ritmo del suo movimento e fissa il programma della mobilità sociale. Nulla vi è più di casuale, abbandonato alla deriva del tempo sacro o ai capricci del fato. Finalmente codificata dalla «scienza» del potere, la stratificazione sociale consente di definire e calcolare, in modo rigoroso e in virtù di un programma politico preciso, le modalità di ascesa (e discesa) nella gerarchia delle condizioni. Il potere assoluto, padrone del tempo sociale e arbitro della sua misurazione, realizza insomma, proprio nella sua unicità e perpetuità terrena, una pluralità di condizioni e le colloca nel tempo politico, le governa nel loro moto incessante e diviene un magnete della unificazione e standardizzazione del tempo moderno. Ordre per Loyseau è luogo e tempo insieme e sta a significare una particolare qualità del movimento, specifica del sociale. L'Ordine (e cioè una condizione sociale giuridicamente definita dalle leggi e dalle pratiche consuetudinarie) è una «attitudine al potere», una tensione e un potenziale morale e dunque una particolare qualità interiore del suddito che al pari dei «princìpi» di Montesquieu, mette in moto e fa agire l'intero sistema, ne fissa il ritmo e la temporalità. L'Ordine in realtà è movimento. Il potere sovrano, proprio perché assoluto concilia le opposte tensioni e, come un orologio, organizza le pulsioni del corpo sociale. Si tratta di un disporsi del sociale, in tutte le sue parti visibili, nel mito della sovranità che pervade tutto. E quel che Bodin aveva lasciato di incompiuto e cioè l'indicibile ragione del potere ora finalmente si spiega: la sovranità è la forza che governa il moto del sociale e ne fissa il ritmo temporale. Al pari del potere assoluto che la governa, la società di Ordini infatti si vuole immobile solo per dissimulare quel che davvero è, e cioè un intelligente meccanismo di mobilità sociale che consente il cammino, individuale e dei gruppi, da un luogo all'altro della gerarchia, assicura la conseguente formulazione di una infinita pluralità di patti, garantisce infine l'inavvertibile mutamento dell'ordine, e cioè la crescita del corpo sociale nella sua inalterabile identità. Il potere si smaschera, ma questa dissimulazione e questo inganno sono il prezzo necessario per fondare una nuova cosmografia tutta terrena dai confini aperti, eccentrica rispetto al tempo delle origini e costretta al confronto con la temporalità quantitativa di un universo fisico in costante movimento. Posto quasi a metà strada tra l'epilogo del presente umanistico (la terza e definitiva edizione degli Essais viene offerta da Montaigne nel 1588) e le anticipazioni di una imminente invasione del futuro riconoscibile nella Nuova Atlantide (l'opera di Bacone è del 1626), il Traité des ordres et simples dignitées (1610) è l'indicatore di un profondo mutamento nel sentire politico della modernità. Al pari dello spazio e dalla temporalità dei corpi celesti, anche quella della società si frantuma e la simultaneità dei riflessi tra il presente e il passato si corrompe. Il percorso individuale del principe e il suo solitario quanto ostinato confronto con la fortuna si deforma in un territorio del potere che intrattiene rapporti con il passato e con il futuro. Lo spazio chiuso del cortigiano si apre a una professionalità della politica che va ben oltre i riti quotidiani delle buone maniere e del canone estetico del vir virtutis. Le leggi perfette dell'isola di Utopia non si scrivono per un gioco dell'intelletto, ma sono il frutto di una faticosa investigazione, del calcolo di tempi sociali e storici da misurare in modo esatto. Anche nel pensiero e nel sentire politico vi è un balzo «dal mondo chiuso all'universo infinito». È possibile leggere, nell'invenzione della società di Ordini, un primo affacciarsi del tempo quantitativo nella superficie immobile del presente umanistico, un confronto e un conflitto tra il «nostro» tempo interiore tutto qualitativo, eternamente presente e quello esterno a noi e creato dalla cultura per unificare e globalizzare tutti i tempi individuali? Non conosco nessuna ricerca di insieme che offra una interpretazione dell'assolutismo seicentesco in relazione all'emergere del tempo quantitativo o, più in generale, dei rapporti che si istituiscono tra l'ideologia politica del Grand siècle e le opportunità offerte dal pensiero scientifico di conoscere e governare il sapere mediante la disciplina del calcolo, della ricerca di una esatta misura delle cose del mondo. Probabilmente questo libro deve ancora essere scritto. È ragionevole ritenere, tuttavia, che qualche relazione sussista tra la frantumazione dello spazio e del tempo che consegue alle rivoluzioni scientifiche del Seicento e l'ossessione gerarchico-cerimoniale dell'assolutismo e dell'età barocca. La società di Ordini è la presa d'atto di una frantumazione degli spazi sociali, l'accettazione della complessità delle condizioni e della necessità di ricercare un'organizzazione sofisticata del moto proprio dei corpi terrestri. Ed è anche l'accettazione di una frantumazione del tempo, di velocità diverse del movimento sociale, di un potere che lo governi e ne detti le leggi.

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